Sinistra (senile?)

3 Aprile 2015 Commenti chiusi

Il valore ideale in base al quale ho contraddistinto la sinistra rispetto alla destra è quello dell’uguaglianza. Ciò che ha contraddistinto la sinistra in tutte le forme storiche che essa ha assunto negli ultimi secoli è ciò che io sono solito definire “ethos” (che è anche “pathos”) dell’uguaglianza. [...] Se per sinistra si intende ancora il movimento storico che lotta per un mondo «più equo e vivibile», la strada che le è innanzi aperta è ancora molto lunga, purché si allarghino i nostri orizzonti al di là dei confini dei nostri paesi, come è giusto fare nell’età della, ora esaltata ora deprecata, globalizzazione. Oso dire, se pure provocatoriamente, che per quel che riguarda il futuro della sinistra, l’umanità non è giunta affatto alla «fine della storia», ma è forse soltanto al principio.

Norberto Bobbio

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“Odio gli indifferenti” di Antonio Gramsci su richiesta del Genius Loci.

20 Marzo 2015 2 commenti

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani.
Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano.
L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.

Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia.
L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.
È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi,
che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza.

Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti,
avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà,
lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare,
lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

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Ad Antonio, a proposito della lettera di un padre indignato.

25 Febbraio 2015 Commenti chiusi

Scaricare tutto su Renzi ormai è uno sport nazionale. Lo dice uno che ha cominciato dandogli del Superbone e sta finendo chiedendosi che senso ha quello schifo di legge sulla responsabilità dei magistrati. Non ha capo né coda. Capo e coda hanno invece i libri, i film, le suonate di Beethoven. Vivaldi ha capo e coda, e Fellini, Malaparte, Cellini, Burt Lancaster e Gemito.

Cosa vuoi che ne sappia un tizio o una tizia che appartengono, si, al grande mondo della scuola, ma sono cresciuti parlando addosso agli altri, difesi a spada tratta dai loro genitori, difesi e resi impermeabili alla buona creanza? Che di questo si tratta. Non affibbiare, Antonio, a costoro categorie politiche. Polis, quale? La primordiale tribù? Dopo diecimila anni di fatica? Sono gli stessi che parlano mentre uno fa un intervento, o fumano con strafottenza nelle camere chiuse del PD perché sono di sinistra (loro non le camere). Sono gli stessi che smanettano sui loro piccoli tabbutini elettronici senza ascoltare, tanto quello che dicono non ha nessun riferimento con le cose già dette … Renzi sta fra quelle file, ma almeno sta sfasciando un po’ di cose che andavano sfasciate. Questi/queste che costruiranno, se non hanno mai ascoltato né musica né parole?

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Carver!

24 Febbraio 2015 Commenti chiusi

“Ecco la poesia che volevo scrivere/ prima, ma non l’ho scritta/ perché ti ho sentita muoverti./ Stavo ripensando/ a quella prima mattina a Zurigo./ Quando ci siamo svegliati prima dell’alba./ Per un attimo disorientati. Ma poi siamo/ usciti sul balcone che dominava/ il fiume e la città vecchia./ E siamo rimasti lì senza parlare./ Nudi. A osservare il cielo schiarirsi./ Così felici ed emozionati. Come se/ fossimo stati messi lì/ proprio in quel momento.”

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Carver?

24 Febbraio 2015 Commenti chiusi

 

Raymond Carver (1938 – 1988) è un grande scrittore americano, da molti considerato il padre del “minimalismo”, cioè del modo di pensare l’arte dello scrivere in termini di essenzialità espressiva. Gli intrecci narrativi dei suoi racconti si sviluppano in piccole scene di vita quotidiana e rifuggono dai grandi spazi aperti del romanzo americano classico. Carver porta dentro di sé un’inquietudine che gli deriva dalle difficoltà materiali patite durante una giovinezza contrassegnata dalla povertà e dal dolore. Era nato nell’Oregon e cresciuto nello stato di Washington, accanto a una grande riserva indiana. Suo padre era operaio in una segheria, sua madre cameriera in un ristorante. A causa della povertà fu ben presto costretto a mettersi a lavorare, accettando ogni tipo di lavoro. Non smise mai di coltivare la sua passione per la letteratura; leggeva soprattutto Isaak Babel, Ernst Hemingway e Anton Cechov. Iniziò anche a scrivere, in condizioni a dir poco problematiche, strappando al lavoro, come egli stesso ebbe a dire, un’ora qui e un’ora là. Scriveva sul tavolo in cucina, in garage, nell’automobile parcheggiata. Non era mai soddisfatto dei risultati: sottoponeva i racconti ad un lavoro di rifinitura intensa. Li limava, li tagliava, li ricuciva ossessivamente, nell’intento di sgombrare il centro tematico su cui si fondava il racconto da tutto quello che riteneva superfluo. Da qui deriva l’impressione di sobrietà, di secchezza, di essenzialità estrema che si ricava leggendo i suoi scritti. Prosegui la lettura…

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La sete di libertà – Platone

24 Febbraio 2015 Commenti chiusi

 

Quando un popolo, divorato dalla sete della libertà, si trova ad avere a capo dei  coppieri che gliene versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade allora che, se i governanti resistono alle richieste dei sempre più esigenti sudditi, sono dichiarati tiranni. E avviene pure che chi si dimostra disciplinato nei confronti dei superiori è definito un uomo senza carattere, servo; che il padre impaurito finisce per trattare il figlio come suo pari, e non è più rispettato, che il maestro non osa rimproverare gli scolari e costoro si fanno beffe di  lui, che i giovani pretendano  gli  stessi  diritti, le stesse  considerazioni  dei  vecchi, e questi, per non parer troppo severi, danno ragione ai giovani. In questo clima di libertà, nel nome della medesima, non vi è più riguardo per nessuno. In mezzo a tale licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia.

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Il giardino dei limoni, Eran Riklis, 2008

13 Febbraio 2015 Commenti chiusi

 

Provengo da un paesone posto ai lembi della provincia di Siracusa, sulle colline che preannunciano gli antichi Monti Iblei, cantati da Virgilio, da cui lo sguardo domina la placida pianura fino alla mole sontuosa dell’Etna. Da secoli vi si coltivano le arance; sin dai tempi degli arabi, che portarono in Sicilia pace, cultura e ricchezza. Crearono l’agricoltura, dopo il buio dell’alto medioevo, portando il culto della campagna verde e perfettamente coltivata, come luogo di delizie. Luoghi di produzione di ricchezza, ma anche di godimento dell’animo. Le piantagioni di arance da noi, o di limoni in altri posti della Sicilia, erano i “Giardini”, il luogo, appunto, della frescura e dell’ozio produttivo, della lettura e dell’ascolto, del parlare e del meditare.

Il titolo italiano del film richiama subito, a chi come me possiede ancora il ricordo delle passate generazioni e che sa rivivere quelle immagini di delizie e di cultura, quel periodo e quelle straordinarie condizioni. Il titolo originale è altro: “Lemon Tree” preannuncia la storia che il regista ha deciso di raccontarci senza l’ingombro di un passato storico ormai perso e perlopiù dimenticato. L’ottimo regista con quel titolo posiziona il racconto “hic et nunc”, nella brutale storia senza vincitori né vinti fra Israele e palestinesi. In luoghi ormai senza pietà e senza diritti, in cui la ragione non sta più con nessuno. La storia passa e consuma vite e storia senza possibilità di redenzione e riscatto. Per nessuno. Non ci sono vedove né ministri, anziani del villaggio o giovani che studiano all’estero, che abbiano possibilità di contribuire al riscatto di quei luoghi e delle storie terribili che vi si intrecciano come immensi grovigli di serpi attorno ai cespugli in cui le femmine aspettano di essere fecondate. Uova di serpe generano serpi. Muri partoriscono muri. Prosegui la lettura…

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La vittoria di Darwin. La repubblica 11 febbraio 2015, Alessandra Longo.

11 Febbraio 2015 Commenti chiusi

Il 12 febbraio 1809 nasceva Charles Darwin e domani anche in Italia, come nel resto del mondo, la data sarà commemorata con incontri e dibattiti promossi dalla Uaar, l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti. Tra gli appuntamenti da segnalare quello di Udine, con il sindaco Furio Honsell, che è un matematico. Titolo: «Il complesso di Copernico ». A Verona, lo scienziato sarà ricordato da Massimo Delledonne, ordinario di genetica, con un evento di divulgazione scientifica che si chiama «My beautiful genome». Che clima diverso. Ricordate ai tempi del governo Berlusconi 2001-2006 quando ministro dell’Istruzione era Letizia Moratti? Scoppiò il giallo dell’abolizione dell’insegnamento della teoria dell’evoluzione biologica dai programmi scolastici. Centinaia di scienziati firmarono un appello indignato. Alla fine “vinse” Darwin ma furono momenti di vero oscurantismo. Almeno in questo ci siamo evoluti.

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L’Europa sconvolta di James Galbraith

8 Febbraio 2015 Commenti chiusi

I dieci giorni di Atene/Dieci giorni che hanno sconvolto l’Europa. Il voto di Atene dice che è cancellata la Troika, aperto il negoziato sul debito, bloccate le privatizzazioni. La Bce invece ha stretto sulle banche e aspetta Berlino. L’offensiva di Tsipras tocca le capitali europee e apre a Mosca e Pechino

Cinquantaquattro anni fa, durante il suo discorso di insediamento, il presidente John Fitzgerald Kennedy dichiarò, «Non dovremo mai negoziare per paura». «Ma non dovremo mai aver paura di negoziare». Non si trattava delle affermazioni cruciali di quel discorso, tuttavia, esse figuravano fra le più importanti. L’obiettivo di tali affermazioni, dirette deliberatamente ed indiscutibilmente verso l’Unione Sovietica, era quello di comunicare la necessità che la guerra fredda finisse senza sfociare in un conflitto e che il mondo non continuasse a vivere perennemente investito da tempeste, pericoli e dalle ombre di una guerra nucleare.

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L’hanno bruciato vivo. Hanno risposto impiccandola. Ma che sta succedendo? “Pepito”

5 Febbraio 2015 Commenti chiusi

E’ chiaro che l’ISIS, dopo le decapitazioni, sta alzando il tiro per evitare l’assuefazione del mondo ai suoi video; ma non puntando sulla proliferazione delle esecuzioni, ma sulle loro modalità. Lo spettacolo, per quanto ci appaia macabro, è quello che fa presa, che fa parlare, che tiene viva l’attenzione dei media e quindi della gente. Tanto l’orrore produce esecrazione, le solite minacce (gliela faremo pagare, li prenderemo), ma nulla di più. Quindi si passa allo step successivo. Dopo il rogo che cosa c’è? La frantumazione del corpo? (mi fermo qui per decenza, ma le ipotesi possono essere numerose). Ormai l’uccisione in sè passa in secondo piano; è il trionfo della morte tramite tortura, non quella preventiva che serve ad estorcere informazioni o a punire in modo esemplare ma quella che accompagna e preordinatamente dà la morte, che si fa morte, che sostituisce la pena capitale così come in molti Paesi autoritari (ma anche negli USA) mantenitori è eseguita per legge e che nega il principio teorico, almeno quello, che il passaggio deve avvenire nel modo il più istantaneo e indolore possibile (con tutte le riserve che conosciamo come per la sedia elettrica o l’iniezione letale o l’impiccagione).

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